Free Speech | Saggio sulla Libertà, John Stuart Mill

John Stuart Mill sulla libertà di parola e la necessità del dialogo:

C’è un’enorme differenza tra presumere che un’opinione sia vera perché, pur esistendo ogni opportunità di discuterla, non è stata confutata, e presumerne la verità al fine di non permetterne la confutazione.

Da: “Saggio sulla Libertà”

Se l’opinione fosse una proprietà privata, priva di valore tranne che per il suo proprietario, se essere ostacolati nel suo godimento fosse semplicemente un danno privato, farebbe una certa differenza se lo si infliggesse a molti oppure a pochi. Ma ridurre al silenzio la manifestazione di un’opinione è un crimine particolare, perché deruba la specie umana, i posteri altrettanto che i vivi, chi dissente da quell’opinione ancor più di coloro che la condividono: se l’opinione è giusta, sono privati dell’opportunità di scambiare l’errore con la verità; se è sbagliata, perdono un beneficio quasi altrettanto grande, cioè quella percezione più chiara e viva della verità, che emerge dal contrasto con l’ errore.
È necessario considerare separatamente queste due ipotesi, a ciascuna delle quali corrisponde un aspetto distinto della nostra argomentazione. Non possiamo mai essere certi che l’opinione che stiamo cercando di soffocare sia falsa; e anche se lo fossimo, soffocarla resterebbe pur sempre un male.
In primo luogo, l’opinione che si cerca di sopprimere d’autorità può forse essere vera. Naturalmente, coloro che desiderano sopprimerla ne negheranno la verità: ma non sono certo infallibili. Non hanno alcuna autorità per decidere sulla questione per conto dell’intera umanità, togliendo a chiunque altro la possibilità di giudizio.
Rifiutarsi di dare udienza a un’opinione perché si è sicuri che è falsa significa presupporre che la propria certezza equivalga a una certezza assoluta. Ogni soppressione della discussione è una presunzione di infallibilità: per condannarla basta questo argomento, semplice, ma non per questo meno convincente.

La costante abitudine a correggere e a perfezionare le proprie opinioni confrontandole con quelle degli altri non solo non causa dubbi ed esitazioni al momento di tradurle in pratica, ma anzi è l’unico fondamento stabile di una meritata fiducia in esse… Se si vietasse di dubitare della filosofia di Newton, gli uomini non potrebbero sentirsi così certi della sua verità come lo sono ora. Le credenze che ci sembrano più giustificate non hanno altra salvaguardia su cui contare se non un invito permanente a tutto il mondo a dimostrarle infondate. Se la sfida non viene raccolta, o viene raccolta e perduta, saremo ancora molto lontani dalla certezza, ma avremo fatto quanto di meglio ci consente la presente condizione della ragione umana: non avremo trascurato nulla che potesse offrire alla verità una possibilità di raggiungerci; se la lizza resta aperta, possiamo sperare che qualora esistesse una verità migliore, essa verrebbe scoperta quando la mente umana fosse in grado di recepirla; e nel frattempo possiamo contare sul fatto di esserci avvicinati alla verità per quanto a noi è stato possibile nel nostro tempo. Questo è il grado di certezza raggiungibile da un essere soggetto all’errore, e questo il solo modo di raggiungerlo.
C’è un’enorme differenza tra presumere che un’opinione sia vera perché, pur esistendo ogni opportunità di discuterla, non è stata confutata, e presumerne la verità al fine di non permetterne la confutazione.

Nessuno, è vero, ammette dentro di sé che il suo criterio di giudizio è il suo gusto personale; ma un’opinione, che non sia confortata da ragioni, su una questione di comportamento può solo essere considerata una preferenza individuale; e se le ragioni, quand’anche siano addotte, sono semplicemente un rimando a una preferenza analoga condivisa da altri, l’opinione è, ancora una volta, solo il gradimento di molti invece che di uno. Tuttavia, per un uomo comune le sue preferenze personali, anche se fondate solo su queste basi, sono non solo una ragione perfettamente soddisfacente ma l’unica di cui generalmente dispone per tutte quelle sue nozioni di moralità, gusto o decoro che non siano espressamente scritte nel suo credo religioso, e la sua principale guida anche nell’interpretazione di quest’ultimo. Di conseguenza, le opinioni degli uomini su ciò che sia degno di lode o di biasimo vengono influenzate da tutte le molteplici cause che influenzano i loro desideri riguardo all’altrui condotta, le quali sono altrettanto numerose quanto quelle che determinano i desideri umani in ogni altro campo. A volte è la loro ragione; altre volte i pregiudizi o le superstizioni; spesso le passioni sociali, non di rado quelle antisociali, l’invidia o la gelosia, l’arroganza o il disprezzo; ma soprattutto i loro desideri o le loro paure per la propria persona, gli interessi personali, legittimi o illegittimi.

Chi, di una controversia, conosce solo gli argomenti a proprio favore conosce ben poco: le sue ragioni potrebbero essere buone, e magari nessuno è mai stato capace di confutarle; ma se lui non è neanche capace di confutare le ragioni dell’opposizione, se neppure le conosce, non avrà motivo per preferire un’opinione all’altra. In questo caso il suo atteggiamento razionale dovrebbe essere la sospensione del giudizio; se ciò non lo soddisfa si farà guidare dall’autorità, oppure farà sua, come fa in generale il mondo, la posizione che gli è più congeniale. Né sarà abbastanza ascoltare le tesi degli avversari dalla bocca dei suoi maestri, espresse con le parole di questi ultimi e accompagnate da ciò che loro offrono come confutazioni. Non è questo il modo di rendere giustizia a quegli argomenti o di appropriarsene mentalmente. Deve poterli udire da persone che ne sono realmente convinte, che li difendono con forza e al massimo delle loro possibilità. Deve conoscerli nella loro formulazione più plausibile e persuasiva, e sentire l’intero peso degli ostacoli che l’opinione vera deve affrontare e demolire; altrimenti non si impadronirà mai realmente di quella parte di verità che è capace di affrontare l’obiezione e di eliminarla. Il novantanove per cento dei cosiddetti uomini di cultura sono in questa condizione, anche quelli in grado di argomentare con una certa disinvoltura le proprie opinioni.

La loro conclusione può essere vera, ma per quel che ne sanno potrebbe anche essere falsa: non si sono mai messi al posto di chi pensa diversamente da loro, cercando di capire cosa ha da dire lui; e di conseguenza non conoscono, in nessun senso
proprio del termine, la dottrina che essi stessi professano. Non ne conoscono le parti che spiegano e giustificano il resto le considerazioni che mostrano come due fatti apparentemente contraddittori possano essere conciliabili, o come tra due ragioni entrambe apparentemente forti vada scelta l’una piuttosto che l’altra. È loro estranea tutta quella parte di verità che fa pendere la bilancia a suo favore e che è decisiva per il giudizio di una mente pienamente informata; questa parte di verità è nota soltanto a chi ha prestato uguale e imparziale attenzione a tutti e due gli aspetti della questione, cercando di vederli il più chiaramente possibile. Questa disciplina è così essenziale a una reale comprensione delle questioni morali e umane che per una verità importante, se non si trovano degli oppositori, bisogna inventarli e munirli degli argomenti più validi che il più astuto avvocato del diavolo riesca ad escogitare.

John Stuart Mill, spesso citato come J.S. Mill, era un filosofo e economista Britannico. Uno dei più influenti pensatori nella storia del liberalismo classico, ha contribuito ampiamente alle scienze sociali e alla filosofia politica. Soprannominato “Il più influente filosofo di lingua inglese del diciannovesimo secolo”, la concezione della libertà di Mill giustificava la libertà dell’individuo in opposizione a un illimitato controllo statale e sociale.

“La sola libertà è quella di perseguire il nostro bene a modo nostro, purché non cerchiamo di privare gli altri del loro o di ostacolare i loro sforzi per raggiungerlo. Ciascuno è l’unico autentico guardiano della propria salute, sia fisica che mentale e spirituale. Gli uomini guadagnano molto di più dal consentire a ciascuno di vivere come gli sembra meglio che dal costringerlo a vivere come sembra meglio agli altri.” John Stuart Mill

Nota per il lettore: questo articolo è un’estratto da “John Stuart Mill – Saggio sulla Libertà”, originalmente pubblicato nel 1859.


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