Silicon Valley Censura, Distopia all’Orizzonte – Trascrizione

«Il Congresso non promulgherà leggi per il riconoscimento ufficiale di una religione, o che ne proibiscano la libera professione; o che limitino la libertà di parola, o di stampa; o il diritto delle persone di riunirsi pacificamente in assemblea e di fare petizioni al governo per la riparazione dei torti.»

I emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d’America


Il 7 giugno 2019 YouTube ha demonetizzato il canale del conservatore e commentatore politico Steven Crowder, dopo che Carlos Maza, un giornalista / attivista di Vox, autodefinito “Marxist Pig”, ha messo pressione sul gigante di Silicon Valley con incessanti tweet, richiedendo la rimozione del canale del comico per ciò che egli ha percepito come battute “razziste e omo-fobiche” rivolte verso se stesso.

Eppure, per chiunque avesse visto il video, era chiaro che i motivi per criticare e deridere il giornalista di Vox avevano poco se non niente a che fare con il suo orientamento sessuale, ma tutto a che vedere con le sue opinioni radicali. Steven Crowder è, in effetti, un creatore indipendente che, tra improvvisare dibattiti con studenti nei campus universitari e difendere valori giudeo-cristiani, il libero mercato, e le libertà individuali in maniera giocosa e a tratti provocante, spende una porzione del suo tempo confutando ed esponendo notiziari di sinistra come Vice, Buzzfeed, CNN, e tra gli altri Vox, per il loro pregiudizio politico e la loro spesso distorta retorica. E’ quindi soltanto una questione aritmetica che Carlos Maza, essendo un dipendente di Vox e un individuo a cui viene concesso parecchio spazio da parte del mainstream outlet, sia spesso l’obiettivo di confutazioni da parte del comico americano.

Inizialmente, dopo aver ricevuto il primo complaint, YouTube, avendo esaminato il video di Steven Crowder nel quale critica la routine anti Fox News e pro “Antifa” dell’attivista, ha stabilito che Crowder non aveva violato nessuna linea di condotta della piattaforma, e quindi nessun motivo valido era presente per agire contro il commentatore di destra.

Nonostante ciò, dopo la pressione in stile folla inferocita da parte di una frazione della comunità LGBT, e i tweet costanti di Maza diretti all’account del team di YouTube su Twitter, il gigante della tech ha demonetizzato l’intero account di Crowder, punendo il conservatore e causando l’ennesima #Adpocalypse su YouTube, ma soprattutto, facendo sapere a tutti , ancora una volta, che nell’era del politicamente corretto, anche se a tutti effetti nessuna regola è stata violata devi comunque pagare un prezzo, a patto che qualcuno con la giusta identità si senta offeso. Dopotutto, Crowder non sarà stato colpevole di essere un razzista e un omofobo, ma con la lente di ingrandimento culturale della politica odierna, è intrinsecamente colpevole per il semplice fatto di essere un’uomo, etero, e bianco, al contrario di, in questo caso, gay, e latino.

Eppure, anche di fronte alla senza precedenti e concettualmente anticostituzionale stangata contro il comico conservatore, ciò non ha soddisfatto Maza che, nonostante sia un dipendente di una compagnia miliardaria come Vox, ha continuato a insistere di essere la vittima della situazione e a chiedere con determinazione la censura totale del canale sulle basi di – ancora una volta – nient’altro che il suo presunto disagio emotivo. Il tutto, mentre in un tweet piuttosto rivelatore incitava il suo lato dello spettro politico a prendere parte ad atti di violenza contro chiunque non vada d’accordo con lui lanciandoli contro “milkshakes” o, “umiliandoli ad ogni opportunità”.

Ciò, oltre ad esporre Maza come un codardo e un narcisista da manuale, ha messo ancora una volta in risalto uno dei tanti, troppi, doppi standard della narrativa culturale di oggi, in cui – per esempio – un’autore indipendente come Steven Crowder è ritenuto colpevole di abuso e molestia per aver fatto una battuta e di conseguenza punito, mentre a un’impiegato mainstream come Carlos Maza, è concesso letteralmente incitare a compiere vera e propria violenza fisica (un reato perseguibile secondo le leggi statunitensi) senza alcun tipo di ripercussione—un lasciapassare dovuto soltanto al suo percepito stato di “membro di una minoranza”.

Perché nell’era della politica delle identità e nel mondo dell’estrema sinistra, quando si tratta di giudicare un individuo, le sue azioni e parole non sono più rilevanti. Ciò che conta davvero è la somma delle sue identità nelle gerarchie dell’oppressione; che sia il colore della pelle, il genere, la provenienza, o l’orientamento sessuale—più alto è il punteggio, più credibilità viene concessa… E naturalmente, un “maschio bianco etero” dall’altro del suo privilegio non dovrebbe osare schierarsi contro qualcuno come Carlos Maza, un uomo latino omosessuale, perché il semplice atto di farlo, di criticare la sua prospettiva o visione politica, è di per sé, considerato un’atto di violenza e di ingiustizia.

Ma in questa folle mentalità regressiva della sinistra progressista, ciò che spaventa di più, è che l’establishment tecnologico sta rinunciando alla neutralità in favore di un’etica aziendale basata sull’ideologica politica delle identità. Futuro che, se non regolato al più presto, progetta una tecnocrazia orwelliana con un potere senza precedenti.

Steven Crowder, 31

Scandalo dopo scandalo nel corso degli ultimi anni ha dimostrato che quando si tratta di far rispettare le proprie regole e di prendere atto contro individui per le loro opinioni, i social media sono completamente sbilanciati da un lato dello spettro politico. La lista di prove che il politicamente corretto ha avvelenato la capacità di giudizio dei giganti di Silicon Valley, costringendoli a sviluppare un meccanismo di difesa e ad assumere un atteggiamento unilaterale contro il conservatorismo, ha continuato ad accumularsi fino al punto che oggi è ormai considerato innegabile.

L’esempio più infame è probabilmente quello di James Damore del luglio 2017, un’imparziale ingegnere di Google che fu giudicato colpevole e licenziato dal “Dipartimento della Diversità” per aver fatto circolare internamente un memorandum che, ricorrendo alla biologia, mise in discussione le politiche di “discriminazione positiva”, evidenziando studi dimostranti che, visto che le scelte di uomini e donne sono influenzate dalle loro differenze biologiche, è irragionevole implicare che tutte le disparità numeriche tra di loro all’interno dell’azienda siano dovute alla discriminazione, e che è di fatto autoritario correggere ciò escludendo e assumendo le persone in base al loro genere.

Il fatto che una semplice e-mail contenente dati di fatto scientificamente accurati fu sufficiente per far perdere il lavoro a un dipendente in una delle più grandi corporazioni del mondo, causò una delle più grandi bufere mediatiche circondanti il politicamente corretto—e in se contiene, in effetti, un che di rivelatorio riguardo la camera dell’eco ideologica del ventunesimo secolo sui Social Media.

Da allora, altre controverse censure di eminenti figure di destra da piattaforme come Twitter, Facebook e YouTube, tutte per aver presumibilmente violato la loro politica contro gli abusi e le molestie, hanno causato numerose proteste sui social media da parte di moderati democratici, centristi, e soprattutto dalla parte conservatrice della popolazione nord-americana, che temono un futuro distopico in cui le corporazioni hanno il non eletto potere di controllare la direzione della discussione.

James Damore, con un cartello che legge: “Licenziato per la aver detto la verità”

Reclami diventati così numerosi che pochi mesi fa, l’amministratore delegato e cofondatore di Twitter Jack Dorsey – per difendere se stesso e la reputazione della compagnia – ha accettato di essere interrogato insieme al suo Trust & Safety Lawyer per piu di 3 ore da Tim Pool sul Joe Rogan Podcast, riguardo le varie condanne e censure controverse dalla piattaforma. Tra le tante spiccano quelle dei teorici della cospirazione Alex Jones e Paul Joseph Watson, il provocatore Milo Yannouopouls, l’attivista britannico Tommy Robinson, e il commentatore politico canadese e scrittore Gavin McInnes, quest’ultimo cacciato dalla piattaforma semplicemente per la sua precedente associazione con i “Proud Boys”, un gruppo di destra con origini inizialmente satiriche, successivamente sfuggito di mano.

Chiamati a rispondere ai vari paradossi, come quello che a gruppi violenti come “Antifa” viene concesso di tifare per la morte di persone anche dopo essere stati segnalati sulla piattaforma, mentre singoli account vengono censurati permanentemente ed esiliati dal discorso pubblico semplicemente per twittare cose come “gli uomini non sono donne”, il duo a capo di Twitter chiamato in questione ha fallito più volte nel dare una spiegazione plausibile.

In quello che senza alcun dubbio è stata un una svolta significativa nel mondo del giornalismo moderno, l’ex reporter di Vice News ha denunciato Twitter per le sue politiche unidimensionali, accusandoli ripetutamente di essere partigiani, di creare una camera dell’eco ideologica, e di posare una minaccia alla libertà di parola.

Gavin McInnes, 49

Attualmente, secondo le leggi statunitensi i Social Media non sono effettivamente obbligati ad obbedire al Primo Emendamento della Costituzione americana, essendo registrati come business privati – come per esempio un editoriale – ma, come sostenuto nella clip precedente, allo stesso tempo continuano a sostenere di essere sostanzialmente una piattaforma pubblica imparziale che promuove la libertà di parola e dunque ad incontrare i criteri richiesti per la protezione della “Sezione 230 del Communications Decency Act”.

In altre parole, per come stanno le cose al giorno d’oggi, Google, YouTube, Facebook, Twitter etc., possono avere tutte le libertà di essere un’azienda privata e scegliere quale contenuto esporre e quale non, proprio come, diciamo, il New York Times, e allo stesso tempo, tutta le protezioni legali di essere una piattaforma pubblica come, per terminare l’analogia, un sistema operativo come Windows o Macintosh, rendendoli di fatto immuni dalle responsabilità di chi la utilizza e a quale scopo.

Questo standard legale contraddittorio prospetta effettivamente un futuro pericoloso. Dopotutto, nel 2019, l’opinione da parte dei Big Tech sull’amministrazione di Trump non consente a quest’ultimo di collaborare con Silicon Valley per aggirare il primo Emendamento della Costituzione. Ma cosa succederebbe se, con miliardi di utenti al giorno a propria disposizione, aziende come Google o Facebook supportassero un candidato in futuro? Allora si che potrebbero, in base alle leggi vigenti, vietare chiunque critichi lui o la sua ideologia, e di fatto interferire efficacemente nel processo elettorale senza nessun ostacolo.

Fattibile o no, la verità è che, indipendentemente da quale sia l’intento di Silicon Valley, sia che se si creda che sia un’autentico tentativo di creare una sana piattaforma per il discorso pubblico, o un semplice egotistico strumento di marketing per apparire in bella luce e generare più guadagni, l’arroganza di queste compagnie genera un pericolo molto più grande di quello che affermano di voler affrontare. Nessuna persona ragionevole metterebbe mai in discussione l’esistenza di una linea tra linguaggio appropriato e linguaggio inappropriato, ma allo stesso tempo, nessuna persona ragionevole e buon’intenzionata darebbe mai a nessuno, ne tanto meno prenderebbe in mano se stesso/a, il potere di fare quella distinzione nel primo momento.

“Hate Speech” non è, ne potrà mai essere una categoria scientifica oggettiva, ma di fatto inseparabile dalla sua inevitabile soggettività—e lo scopo della libertà di parola, non è quello di dire ciò che si vuole quando si vuole per il solo gusto di farlo, ma quello di esprimere liberamente ciò che si pensa senza avere il timore di sbattere contro delle pareti invisibili.
Free Speech” è il meccanismo con il quale manteniamo le nostre società funzionanti, gettando le nostre idee all’aperto, non per esserne liberi dalle conseguenze, ma per contemplarne la validità, e soprattutto, riconoscerne e stabilirne l’eventuale inaccettabilità. Dopotutto, come può una persona realizzare che un’idea è cattiva, se non ha l’opportunità di sentirla? O come mai si potrebbe stabilire che un’idea è buona, se non si può metterla a confronto con le sue controparti?

Come disse il filosofo John Stuart Mill;

“Se una qualsiasi opinione è costretta a tacere, quell’opinione potrebbe, per quel che ne possiamo certamente sapere, essere vera. Negare ciò significa assumere la nostra infallibilità. In secondo luogo, sebbene l’opinione tacita sia sbagliata, può, e comunemente tende, a contenere una porzione della verità; e poiché l’opinione prevalente su qualsiasi argomento non è mai l’intera verità, è solo dalla collisione di opinioni sfavorevoli che il resto della verità ha qualche possibilità di essere fornita.”

Il fatto è, che nel momento in cui Silicon Valley ha deciso di andar oltre (e in alcuni casi addirittura ignorare) le espressioni di parola già regolamentate dalla US law, come incitamento alla violenza o la diffamazione, non solo hanno dichiarato di essere eticamente responsabili del contenuto di miliardi di utenti, decidendo quale ideologia o linguaggio è accettabile e quale —ma hanno anche presunto di possedere un giudizio infallibile quando si tratta di decidere cosa significhi accettabile in un primo luogo.

E una cosa è certa, in questa era di turbolenze politiche, dove siamo decisamente lontani anche dal consenso basico su quale sia la differenza tra una battuta da parte di un comico e un’atto di violenza, il grande dibattito non dovrebbe riguardare come regolare le varie forme di odio, ma bensì a chi sta la decisione di definire il concetto di odio nel primo momento. E se possiamo imparare qualcosa da tutta questa faccenda, è che l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno, sono che le corporazioni si mettano a prendere queste decisioni per noi.

Nota per il lettore: questo articolo è la trascrizione del video “Silicon Valley Censura, e la Distopia è all’Orizzonte”.


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