Silicon Valley Censura, Distopia all’Orizzonte

Il 7 giugno YouTube ha demonetizzato il canale del conservatore e commentatore politico Steven Crowder, dopo che Carlos Maza, un giornalista/attivista di Vox, autodefinito “Marxist Pig”, ha messo pressione sul gigante di Silicon Valley con incessanti tweets, richiedendo la rimozione del canale del comico per ciò che lui stesso ha percepito come battute “razziste e omofobe” rivolte verso se stesso.

Eppure, per chiunque avesse visto il video, era chiaro fin dal principio che i motivi per criticare e deridere il giornalista di Vox aveva poco se non niente a che fare con il suo orientamento sessuale, ma tutto a che vedere con le sue opinioni politiche radicali. Steven Crowder è, in effetti, un creatore indipendente che, tra improvvisare dibattiti con studenti nei campus universitari e difendere valori giudeo-cristiani, il libero mercato, e le libertà individuali in maniera giocosa e a tratti provocante—spende una porzione del suo tempo confutando ed esponendo notiziari di sinistra come Vice, Buzzfeed, CNN, e tra gli altri Vox, per i loro pregiudizi politici e la loro retorica spesso distorta. Era quindi soltanto una questione aritmetica che Carlos Maza, essendo un dipendente di Vox e un individuo a cui viene concesso parecchio spazio da parte del mainstream outlet,  fosse prima o poi preso di mira e soggetto di confutazioni da parte del comico americano.

Inizialmente, dopo aver ricevuto il primo complaint, YouTube, avendo esaminato il video di Steven Crowder nel quale critica la routine anti-Fox News e pro-Antifa dell’attivista, ha stabilito che Crowder non aveva violato nessuna linea di condotta della piattaforma, e quindi nessun motivo valido era presente per agire contro il commentatore di destra.

Nonostante ciò, dopo la pressione in stile folla inferocita da parte di una frazione della comunità LGBT e i tweet costanti di Maza diretti all’account del team di YouTube su Twitter, il gigante Tech ha demonetizzato l’intero account di Crowder, punendo il conservatore e causando l’ennesima #Adpocalypse su YouTube, ma soprattutto, facendo di fatto sapere a tutti, ancora una volta, che nell’era del politicamente corretto, anche se a tutti effetti nessuna regola è stata violata devi comunque pagare un prezzo, a patto che qualcuno con “la giusta identità” si senta offeso. Dopotutto, Crowder non sarà stato colpevole di essere un razzista e un omofobo, ma con la lente di ingrandimento culturale della politica odierna, è intrinsecamente avvantaggiato per il semplice fatto di essere un’uomo, etero, e bianco, al contrario di, in questo caso, gay, e latino; e dunque, solo per quei semplici insignificanti dettagli, non nella posizione di criticare qualcuno come Maza.

Eppure, anche in seguito alla senza precedenti e concettualmente anticostituzionale stangata concessa da YouTube (Google) contro il comico conservatore, ciò non ha soddisfatto il giornalista americano che, nonostante sia un dipendente di una compagnia miliardaria come Vox, ha continuato a insistere di essere la vittima della situazione e a chiedere con determinazione la censura totale del canale sulle basi di, ancora una volta, nient’altro che il suo presunto disagio emotivo. Il tutto, non molto dopo che in un tweet piuttosto rivelatore lui stesso incitava il suo lato dello spettro politico a prendere parte ad atti di violenza contro, presumibilmente, chiunque non vada d’accordo con lui lanciandoli contro “milkshakes” o, “umiliandoli ad ogni opportunità”.

Ciò, oltre ad esporre Maza come un codardo e un narcisista da manuale, ha messo ancora una volta in risalto uno dei tanti, troppi, doppi standard della narrativa culturale di oggi, in cui, per esempio, un’autore indipendente come Steven Crowder è ritenuto colpevole di abuso e molestia per aver fatto una battuta—e di conseguenza punito; mentre a un impiegato mainstream come Carlos Maza è concesso incitare il pubblico a compiere letteralmente vera e propria violenza fisica (un reato perseguibile secondo le leggi statunitensi) senza alcun tipo di ripercussione. Un lasciapassare, chiaramente, dovuto soltanto al suo percepito stato di “membro di una minoranza”.

Perché nell’era della politica-delle-identità e nel mondo dell’estrema sinistra, quando si tratta di giudicare un individuo, le sue azioni e le sue parole non sono più pertinenti. Ciò che conta davvero è la somma delle sue identità di gruppo nelle gerarchie dell’oppressione; che sia il colore della pelle, il genere, la provenienza, o l’orientamento sessuale—più alto è il punteggio, più credibilità viene attribuita. E naturalmente, un uomo bianco etero, dall’altro del suo privilegio, non dovrebbe osare schierarsi contro qualcuno come Carlos Maza, un uomo latino omosessuale, perché il semplice atto di farlo, di criticare la sua prospettiva o visione politica, è di per sé, considerato un’atto di violenza e di ingiustizia.

Ma in questa folle mentalità regressiva della sinistra progressista, ciò che spaventa di più, è che l’establishment tecnologico sta di fatto rinunciando alla neutralità in favore di un’etica basata sull’ideologica politica delle identità e dell’intersezionalità. Futuro che, se non regolato al più presto, progetta una tecnocrazia orwelliana con un potere sulle masse senza precedenti.

Steven Crowder, 31

Scandalo dopo scandalo nel corso degli ultimi anni ha dimostrato che quando si tratta di far rispettare le proprie regole e di prendere atto contro individui per le loro opinioni, i social media sono completamente sbilanciati da un lato dello spettro politico. La lista di prove che il Politicamente Corretto ha avvelenato la capacità di giudizio dei giganti di Silicon Valley, costringendoli a sviluppare un meccanismo di difesa e ad assumere un atteggiamento unilaterale contro il conservatorismo, ha continuato ad accumularsi fino al punto che oggi è ormai considerato innegabile.

L’esempio più infame è probabilmente quello di James Damore del luglio 2017, un ingegnere di Google che fu giudicato colpevole e di conseguenza licenziato dal “Dipartimento della Diversità” per aver fatto circolare internamente un memorandum che, ricorrendo alla biologia e alle ricerche psicometriche, mise in discussione le politiche di “azione positiva” (discriminazione positiva, in realtà)”, evidenziando studi dimostranti che, visto che le scelte di uomini e donne sono influenzate dalle loro differenze biologiche, è irragionevole implicare che tutte le disparità numeriche tra di loro all’interno dell’azienda siano dovute alla discriminazione, e che è di fatto autoritario correggere ciò escludendo e assumendo le persone in base al loro sesso/genere—processo appunto descritto come “affirmative action”.

Il fatto che una semplice e-mail contenente dati empirici scientificamente accurati (o nel peggior dei casi discutibili) fu sufficiente per far perdere il lavoro a un dipendente in una delle più grandi corporazioni del mondo, causò una delle più grandi bufere mediatiche circondanti Political Correctness. E in se, contiene, in effetti, un che di rivelatorio riguardo la camera dell’eco ideologica del XXI secolo sulle piattaforme social.

Da allora, altre controverse censure di eminenti figure di destra da piattaforme come Twitter, Facebook e YouTube, tutte per aver presumibilmente violato la loro politica contro gli abusi e le molestie, hanno causato numerose proteste sui social media da parte di moderati democratici, centristi, e soprattutto dalla parte conservatrice della popolazione nord-americana, che temono un futuro distopico dove le corporazioni hanno il non-eletto potere di controllare la direzione della discussione.

Reclami diventati così numerosi che pochi mesi fa, l’amministratore delegato e cofondatore di Twitter Jack Dorsey – per difendere se stesso e la reputazione della compagnia – ha accettato di essere interrogato insieme al suo Trust & Safety Lawyer per piu di 3 ore da Tim Pool sul Joe Rogan Podcast riguardo le varie condanne e censure controverse dalla piattaforma. Tra le tante spiccano quelle dei teorici della cospirazione Alex Jones e Paul Joseph Watson, il provocatore Milo Yannouopouls, l’attivista britannico Tommy Robinson, la femminista anti-intersezionalità Meghan McMurphy, e il commentatore politico/scrittore canadese Gavin McInnes (quest’ultimo cacciato dalla piattaforma non per condotta, ma semplicemente per la sua associazione con i “Proud Boys”, un gruppo di destra con origini inizialmente satiriche fondato dallo stesso).

Chiamati a rispondere ai vari paradossi e presunte ingiustizie, come quelle che a gruppi violenti come Antifa viene concesso di incitare (letteralmente) per la morte di persone anche dopo essere stati segnalati sulla piattaforma, mentre singoli account vengono censurati permanentemente ed esiliati dal discorso pubblico anche solo per aver semplicemente twittato cose come: “gli uomini non sono donne” (come è successo a Meghan Murphy) , il duo a capo di Twitter chiamato in questione ha fallito più e più volte nel dare una spiegazione plausibile.

In quello che senza alcun dubbio è stata un una svolta significativa nel mondo del giornalismo moderno, l’ex reporter di Vice News ha denunciato Twitter per le sue politiche unidimensionali, accusandoli ripetutamente di essere partigiani, di creare una camera dell’eco ideologica, e di posare una minaccia alla libertà di parola—come garantita dal Primo emendamento della Costituzione americana.

James Damore, con un cartello che legge: “Licenziato per la aver detto la verità”

C’è però da dire che, attualmente, secondo le leggi statunitensi, i Social Media effettivamente non sono obbligati ad obbedire al Primo emendamento, essendo registrati come business privati (così come, per esempio, un editoriale). Il problema però sorge quando ci si rende conto che, allo stesso tempo, continuano a sostenere di essere sostanzialmente una piattaforma pubblica (tra l’altro imparziale) che promuove la libertà di parola, rendendo dunque un’ingiustizia il fatto che (strettamente da un punto di vista legale) incontrano con successo i criteri per la protezione della “Section 230 of the Communications Decency Act”, riservata a coloro che consegano indiscriminatamente la propria piattaforma al pubblico.

In altre parole, per come stanno le cose al giorno d’oggi, Google, YouTube, Facebook, Twitter etc, possono avere tutte le libertà di essere un’azienda privata, scegliendo quale contenuto esporre e quale non, proprio come, diciamo, il New York Times… e allo stesso tempo, tutte le protezioni legali che una piattaforma pubblica gode, come (per terminare l’analogia) un sistema operativo quale Windows o Macintosh; rendendoli di fatto immuni dalle responsabilità di chi la utilizza e a quale scopo.

Lasciato untouched, questo standard legale contraddittorio prospetta effettivamente un futuro a dir poco pericoloso. Dopotutto, nel 2019, l’opinione da parte dei Big Tech sull’amministrazione di Trump non consente a quest’ultimo di collaborare con Silicon Valley per aggirare il primo emendamento della Costituzione. Ma, ipotesi: cosa succederebbe se, con miliardi di utenti al giorno a propria disposizione, aziende come Google o Facebook supportassero un candidato in futuro? Allora si che potrebbero, in base alle leggi vigenti, vietare chiunque lo/a critichi, e di fatto interferire efficacemente nel processo elettorale senza nessun ostacolo, mettendo a rischio le democrazia americana, e non solo.

Ma a prescindere dal fatto che sia fattibile o no, la verità è che, indipendentemente da quale sia l’intento di Jack Dorsey e “compagnia varia2, sia che se si creda si tratti di un autentico tentativo di creare una sana piattaforma per il discorso pubblico, o un semplice egotistico strumento di marketing per apparire in bella luce e generare più guadagni; l’arroganza di queste compagnie in qualsiasi scenario genera un pericolo molto più grande di quello che affermano di voler affrontare. Nessuna persona ragionevole metterebbe mai in discussione l’esistenza di una linea tra linguaggio appropriato e linguaggio inappropriato. Ma allo stesso tempo, nessuna persona ragionevole e buon’intenzionata darebbe mai a nessuno il potere di fare quella distinzione nel primo momento.

Mark Zuckerberg, 35

Di fatto, “hate speech” non è, ne potrà mai essere una categoria scientifica oggettiva, essendo di fatto inseparabile dalla sua inevitabile soggettività. E lo scopo della libertà di parola non è quello di dire ciò che si vuole quando si vuole per il solo gusto di farlo, ma bensì quello di esprimere liberamente ciò che si pensa senza avere il timore di sbattere contro delle pareti invisibili. “Freedom of speech” è il meccanismo con il quale manteniamo le nostre società funzionanti, gettando le nostre idee all’aperto, non per esserne liberi dalle conseguenze, ma per contemplarne la validità, e soprattutto, riconoscerne e stabilirne l’eventuale inaccettabilità. Dopotutto, come può una persona realizzare che un’idea è cattiva, se non ha l’opportunità di sentirla? O come mai si potrebbe stabilire che un’idea è buona, se non si può metterla a confronto con le sue controparti?

Come disse il filosofo John Stuart Mill: “se una qualsiasi opinione è costretta a tacere, quell’opinione potrebbe, per quel che ne possiamo certamente sapere, essere vera. Negare ciò significa assumere la nostra infallibilità.”
Il fatto è, che nel momento in cui Silicon Valley ha deciso di andar oltre (e in alcuni casi addirittura ignorare) le espressioni di parola già regolamentate dalla legge US, come incitamento alla violenza o la diffamazione, non solo hanno dichiarato di essere eticamente responsabili del contenuto di miliardi di utenti, decidendo quale ideologia o linguaggio è accettabile e quale no—ma hanno anche presunto di possedere un giudizio infallibile quando si tratta di decidere cosa significhi accettabile in primo luogo.

E se c’è una cosa che è certa, è in questa era di turbolenze politiche, dove siamo decisamente lontani anche solo dal consenso basico di quale sia la differenza tra una battuta da parte di un comico e un’atto di violenza; il grande dibattito non dovrebbe riguardare come regolare le varie forme di “odio”, ma bensì a chi sta la decisione di definire il concetto di odio nel primo momento. E se possiamo imparare qualcosa da tutta questa faccenda, è che l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno, sono che le corporazioni si mettano a prendere queste decisioni per noi.

di: Mark Granza


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