Cosa Antifa e i Manifestanti di Hong Kong Non Hanno in Comune

“Un paese che crede di non aver mai fatto niente di male è un paese che potrebbe far del male in qualsiasi momento. Ma un paese che crede di aver fatto soltanto del male, è inclinato a diventare un paese che dubita la sua capacità di poter mai compiere del bene in futuro.”
Douglas Murray

Per l’incredulità di molti in occidente, il 18 agosto vari manifestanti di Hong Kong sono stati ripresi a sventolare la bandiera degli Stati Uniti e a cantare l’inno. Allo stesso tempo—dall’altra parte del globo—la stessa bandiera nella capitale americana veniva bruciata per mano di Antifa. Nonostante all’apparenza la mancata correlazione tra i due eventi, c’è una sconcertante parallela che va oltre ciò che può sembrare a prima vista come una strana coincidenza. Mentre ad Hong Kong i manifestanti sembrano essere sempre più determinati a combattere per l’indipendenza dall’incombente pressione burocratica cinese, le proteste organizzate di recente da gruppi come Antifa nelle città americane di Portland e Washington DC, vengono compiute regolarmente nel nome della ‘giustizia sociale’. Voler effettuare un paragone in primo luogo, quindi, è perfettamente comprensibile. Dopotutto, secondo i protestanti di Hong Kong così come stando alle parole dei leader di Antifa, le proteste sembrano avere un obiettivo in comune: il desiderio di liberarsi dall’oppressione.

Ma ciò che un’occhiata da più vicino suggerisce, è che i presupposti ideologici dietro al loro attivismo non potrebbero essere più distinti. Il fatto che un simbolo americano come la bandiera a stelle e striscie potesse venir innalzato con rispetto in una parte del mondo, e allo stesso tempo denigrato all’interno del proprio paese con tale disprezzo, esclude di fatto ogni possibile ‘match’ tra i freedom-fighters di Hong Kong e i Social Justice Warriors americani, e mette in chiara evidenzia le differenze abissali tra le due rispettive ideologie.

Ma prima di tentare di comprendere il significato simbolico dietro entrambe le proteste, andiamo a riassumere brevemente le situazioni che stanno vedendo la regione amministrativa speciale di Hong Kong alle prese con il governo cinese, e provare a dare un senso a quella che ha portato Antifa a rivoltarsi per le strade della capitale.

Ad Hong Kong:

Sono passate dodici settimane da quando milioni di cittadini si sono versati per le strade di Hong Kong per protestare la nuova Extradition Bill. La proposta di leggeandando a modificare la Costituzionepermetterebbe al Partito Comunista Cinese di estradare qualsiasi cittadino di Hong Kong considerato anche solo sospetto di aver violato la legge. La proposta (tuttora in fase di approvazione) forzerebbe di fatto la persona a sottoporsi al processo in Cina Continentale dove le decisioni giudiziarie tendono a essere soggette all’arbitrarietà e crudeltà dell’autoritario stato cinese (come ben documentato). Secondo l’attuale accordo tra i due paesi stipulato nei primi anni 80 la legge cinese non dovrebbe in nessun modo interferire. Eppure, storie di uomini d’affari o librai di Hong Kong rapiti da agenti di Pechino per poi essere perseguiti in tribunali di canguri su suolo cinese, hanno fatto il giro dei giornali di tutto il mondo negli ultimi anni (quest’ultimi per aver soltanto messo in vendita libri di natura investigativa che mettono in discussione l’integrità del governo cinese).

Visto come l’ultimo, spaventoso tentativo del PCC di erodere il principio “un paese, due sistemi”, l’emendamento andrebbe dunque a imporre la volontà del governo cinese sui cittadini sovrani di Hong Kong, e a porre de facto una fine prematura alla libertà che permise alla città semi-indipendente di prosperare economicamente, e stabilire una democrazia moderna pro-libertà di parola e di stampa sin dal momento del suo distaccamento dal regime socialista ventidue anni fa. Nel frattempo che tutto ciò si svolge, i vari rumors, reportage, filmati, e i tanti altri episodi che hanno visto cittadini sparire dopo l’arresto e in alcuni casi addirittura torturati in prigione, servono—se non altro—a ricordare a tutti noi spettatori occidentali che il timore di Hong Kong è più che giustificato.

Antifa, e il triste paradosso:

Allo stesso tempo che la lotta per la libertà e la democrazia continua per le strade di Hong Kong, negli US, quella nel nome della ‘giustizia sociale’ persiste grazie ad Antifa. Anche se in numeri decisamente ridotti rispetto ad Hong Kong, marce come quelle organizzate dai cosiddetti ‘anti-fascisti’ a Portland e DC sono tutt’altro che insolite di questi tempi. Il famigerato gruppo di estrema-sinistra è da qualche anno a questa parte solito uscire allo scoperto. Sostenendo di lottare contro fascismo e di opporsi all’incombente minaccia del ‘suprematismo bianco’, Antifa ha però più volte dimostrato di non aver alcun problema nell’adottare le tattiche del ‘nemico’, e a comportarsi esattamente come coloro che dichiarano di voler combattere. Le rivolte sono spesso note per causare incidenti, disguidi, e danni vari per le città americane. Che sia pianificando d’interrompere il prossimo evento nei campus universitari per mettere a tacere l’opposizione, o assalendo giornalisti per strada, il gruppo solitamente vestito all-black è solito utilizzare le stesse tecniche ‘fasciste’ come violenza e intimidazione (vedi, per esempio, ciò che sta succedendo in New Jersey).

Ma nonostante i tanti episodi che andrebbe la pena esporre, sono quelli che hanno visto la US flag protagonista a distanza di migliaia di chilometri che mettono in evidenza una delle situazioni più bizzarre, assurde, e tristi, che l’attuale contesto ideologico ha da offrire. Dan Crenshaw—membro Repubblicano del Congresso—ha incapsulato l’incidente con il seguente tweet: “Ad Hong Kong, gli antifascisti sventolano bandiere americane, chiedono libertà, e combattono i fascisti. A Portland, gli ‘antifascisti’ bruciano bandiere americane, e chiedono violenza in nome del socialismo. Portland è una triste dimostrazione di dove siamo oggi.” Come nota Crenshaw, non si può infatti che fare a meno di scuotere la testa dinnanzi all’assurdità della situazione. Al di là del crescente desiderio d’implementare il socialismo in America—direttamente in contrasto con uno dei paesi più capitalisti quali Hong Kong—osservando gli avvenimenti la domanda sorge spontanea. Ma come è possibile?

Se non si è immersi day-to-day nelle Culture Wars occidentali, difficilmente si ha una risposta. A prima vista, per molti, quello successo nei due paesi è uno di quegli episodi che solo il più esperto degli esperti geopolitici saprebbe sbrogliare. Da qualsiasi angolo lo si osservi, l’accaduto sembra sfidare ogni legge del common sense. Come è possibile che negli Stati Uniti la bandiera americana viene bruciata in preda all’ira dei propri cittadini, mentre dall’altra parte del mondo, così distante da casa, la stessa viene accompagnata fieramente dalle note dello Star Spangled Banner da cittadini non americani?

È soltanto dando un’occhiata da più vicino alle idee che dominano la sinistra moderna che si comincia a comprendere la big picture. Osservando lo stato delle narrative moderne nell’Ovest, si fa presto a capire il significato inquietante che si cela dietro gli avvenimenti. Ciò che ha portato Antifa a considerare la bandiera del proprio paese, il suo inno e colori, non più come simboli di libertà come quella tanto desiderata da Hong Kong, ma come segni di oppressione, tirannia, e ingiustizia, non è infatti poi così imprevedibile.

L’opinione dell’occidente, nell’occidente:

A partire dall’accademia, passando per lo show-business, fino all’establishment politico, tramite idee come il ‘privilegio bianco’, o il ‘razzismo sistemico’, l’opinione che vede la cultura occidentale come una tirannia ha raggiunto ogni strato istituzionale delle nostre società. Paesi come gli Stati Uniti e continenti come quello europeo, non sono più visti come il faro di luce sul quale i cittadini di Hong Kong sembrano volersi disperatamente aggrappare, ma piuttosto come l’incarnazione di tante, se non tutte, le ingiustizie del mondo moderno. Il patriarcato… Il sistema capitalista… Il colonialismo bianco… L’uomo bianco eterosessuale… Il nome cambia l’idea rimane la stessa. L’Ovest è intrinsecamente corrotto. Basta osservare la popolarità di hashtags e slogans come ‘smash the patriarchy’ (che in circoli progressisti sono ormai tanto famosi quanto il famigerato #metoo), per capire ciò che domina da tempo la mentalità degli studi post-colonialisti.

Secondo la sinistra post-moderna, l’Ovest è riuscito a prosperare nei secoli non grazie a principi come l’uguaglianza, democrazia, o libertà, ne tanto meno grazie al cristianesimo o all’illuminismo, ma tramite la corruzione, lo sfruttamento e l’appropriazione di risorse indigene. La teoria post-colonialista—generalmente parlando—narra che, grazie allo spirito imperialista, le società dell’Ovest sono irredimibilmente frutto del peccato originale di aver conquistato, rubato, oppresso, discriminato. È precisamente il cinismo di tale visione, alimentato dal quasi-maniaco culto della colpevolezza, che fa sì che qualsiasi argomento a sostegno della storia e grandezza tradizionale dell’Occidente, venga confuso con uno a favore di un sistema tirannico.

L’incapacità di separare gli errori dei nostri precedessori—senza alcun dubbio commessi—dai vari progressi ottenuti come conseguenza di nobili sacrifici, è ciò che acceca personaggi come, per esempio, Ben Norton. In un tweet, il giornalista è arrivato addirittura a descrivere la bandiera britannica (anch’essa avvistata ad Hong Kong) come un simbolo di: “genocidio, omicidio, razzismo, oppressione e rapina”. Secondo lui, quindi, gli attivisti ‘democratici’ di Hong Kong (da lui virgolettati), avendo innalzato la bandiera dell’ex colonia sono a tutti effetti gruppi “pro colonialismo bianco… Finanziati e sostenuti dal complesso industriale non governativo occidentale”. L’opinione, oltre che a evidenziare l’ignoranza e l’anti originalità del giornalista, si dimentica tra tante cose che il colonialismo—al contrario di ciò che a molti viene insegnato oggigiorno—non è esclusivo alla storia dell’uomo bianco. Come evidenzia Melissa Chen in un recente articolo per Areo Magazine:

  • “Il colonialismo è di fatto esistito in quasi tutti gli stati e le civiltà… È stato la norma, non l’eccezione, per la gran parte della storia umana. Se c’è qualche merito a questa idea, perché allora ciò che la Cina sta facendo non è considerato una forma di colonizzazione di Hong Kong? Ci preoccupiamo solo dell’ingiustizia del colonialismo quando i rispettivi gruppi, definiti come ‘colonizzatori’ contro ‘colonizzati’, presentano livelli diversi di melanina?”

Yes. Gli attivisti di Hong Kong non vengono visti da Norton come ‘pro-colonialismo’ per via delle loro intenzioni, richieste, o ideologie, ma per il semplice fatto di avere lo stesso colore della pelle degli stessi colonizzatori britannici che nel 1841 sbarcarono sulla penisola. È per questa ragione che mentre la voglia di esporre le atrocità commesse dall’occidente non manca mai al classico intellettuale di sinistra, lo stesso identico impulso colonialista se effettuato da paesi ‘non bianchi’come nel caso odierno della Cina—viene di conseguenza ignorato. E per coloro che pensano solo in termini di razza ed etnicità (fino a ieri chiamati razzisti) la Cina, non essendo una razza ‘dominante o privilegiata’, non può essere dunque compatibile con la dicotomia del colonizzatore-colonizzato. In altre parole, il governo cinese non può avere torto in un conflitto che vede l’opposizione esporre simboli ‘colonialisti’ come la bandiera americana. A prescindere dalle azioni dei propri leader, agli occhi della sinistra PC la Cina è diventata di fatto innocente nel momento stesso che le note dell’inno americano hanno echeggiato per le strade di Hong Kong.

I veri ‘fascisti’:

Una volta preso in considerazione lo stato attuale delle nostre narrative politiche, la bandiera degli Stati Uniti in fiamme a Washington nello stesso giorno in cui viene sfoggiata dai manifestanti di Hong Kong in un atto di speranza, non appare più una coincidenza assurda. Il fatto che il mondo e gli avvenimenti descritti in questo articolo sembrano sfidare le leggi del common sense, della logica, e della storia stessa, non è un caso, ma bensì l’inevitabile riflesso del pensiero che domina le nostre istituzioni.

Nel momento in cui Antifa ha attaccato fuoco alla bandiera americana, non ha solo mancato di rispetto al proprio paese, alla sua storia, ma confermato al mondo intero che la loro paura più grande non risiede all’interno della Casa Bianca o per le strade della città, ma bensì nella loro immaginazione. Perché se solo membri di Antifa cessassero di dichiararsi vittime e proverebbero a mettere le loro condizioni oggettivamente a confronto con quelle di Hong Kong, si renderebbero conto che la libertà non è soltanto quella di esporre in vetrina una critica del proprio governo, o quella di marciare indisturbati per le strade indossando una maschera, ma anche quella di poter bruciare la bandiera del proprio paese in faccia al Presidente senza subire alcuna conseguenza.

Se Antifa trovasse il coraggio di affrontare i propri demoni, invece di proiettarli altrove, si renderebbe conto che la vera minaccia odierna alla libertà assomiglia molto all’immagine riflessa nello specchio. La verità, è che basterebbe un piccolo, minuscolo esame di coscienza per costringere anche il più ottuso dei giornalisti di sinistra a riconoscere che—a differenza di quella di Antifa—la voglia di Hong Kong di scendere in piazza nel nome della libertà e della giustizia è legittima. Ma soprattutto, che a livello simbolico, cose come la libertà, al giorno d’oggi, sono meglio rappresentate dalla stessa bandiera che con tanto disprezzo pensano bene meriti di prender fuoco. Se la sinistra si degnerebbe di darsi un’occhiata, si accorgerebbe che la propria di realtà non rispecchia il fascismo, ma bensì la stessa repubblica e democrazia che Hong Kong necessità ora più che mai.

di: Mark Granza


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