La Guerra Politicamente Corretta alla Commedia

La commedia ha sempre avuto uno scopo ben compreso: non solo di intrattenere, ma di spingere i confini e di mantenerci onesti. Nel corso della storia è stata segretamente all’avanguardia della battaglia per la libertà di parola. Il giullare alla corte del re era sempre l’unico a cui era permesso dire la verità. Considerato al di sotto del disprezzo, era la sua volontà di includersi nella battuta ciò che lo liberava dai vincoli che la società imponeva sulla gente comune e gli permetteva di essere libero di esibirsi, a prescindere da quanto dark, provocatorio, o offensivo. Battute e routine comiche erano la condotta attraverso la quale cose come pensieri che nessuno osava dire ad alta voce, di tanto in tanto, potevano finalmente e per il sollievo di tutti, vedere la luce del giorno. Il talento del giullare era quello di saper riflettere gli aspetti più tristi e spesso più orribili della vita e di farli apparire, per anche solo un breve istante, non solo tollerabili ma pure degni di una risata. Il giudizio critico del pubblico sulla sua esibizione, si basava sulla sua e sulla sua sola capacità di trascendere quegli aspetti della vita che, in qualsiasi altro momento, erano in realtà, insopportabili. Era quello, ed è quello tuttora, lo scopo principale della commedia.

Purtroppo in tempi recenti, la comprensione della commedia nella coscienza pubblica e tra i critici è cambiata. Il mondo del pensiero critico è stato dirottato da persone che, non solo non riescono a comprenderne lo scopo o la funzione principale, ma elevano le proprie preferenze politiche al di sopra del loro dovere di essere professionalmente obiettivi. Sempre più critici ritengono che, ad esempio, i cabarettisti abbiano la responsabilità di rimanere all’interno dei parametri generalmente considerati “moralmente accettabili” dalla società. Quelle sono le stesse persone che, da un punto di vista artistico, sono in fondo, oltre che prive di senso d’umorismo e ideologicamente motivate, fondamentalmente ignoranti. Come dice lo scrittore satirico e giornalista Andrew Doyle in un articolo per la rivista britannica Spiked: “Giudicare l’arte in base all’efficacia con cui rinforzi le tendenze etiche contemporanee, è fraintendere del tutto il suo scopo. I migliori critici sono in grado di apprezzare un lavoro alle sue condizioni, mentre i peggiori sembrano credere che il successo debba essere misurato sulla base di quanto vicino l’artista arrivi a riflettere la propria prospettiva ideologica.”

Nel 1890, Oscar Wilde, nel suo provocatorio romanzo “Il ritratto di Dorian Gray” scrisse: “Non esistono libri morali o immorali. I libri sono scritti bene o scritti male. Questo è quanto.” Ciò era, di per sé, un rifiuto assolutista di qualsiasi argomento a favore di vincoli sull’espressione di un qualsiasi tentativo artistico. Eppure, nonostante il significato culturale del libro del drammaturgo irlandese, esempi come le più insopportabili forme di lamentele critiche di film come “Dunkirk” di Christopher Nolan e “Once Upon a Time in Hollywood” di Quentin Tarantino, sono probabilmente una prova innegabile che, come se nient’altro, quello di Oscar Wilde, è oggi poco più che saggezza smarrita. Laddove gli elogi per la direzione di Nolan vennero contrapposti da coloro che si lamentavano che non aveva incluso sufficiente diversità nel cast (nonostante il dato di fatto storico che la maggior parte delle persone presenti fossero giovani ragazzi bianchi), quello del film più recente di Tarantino era invece, in alcune sconsiderate opinioni, contaminata dal “sessismo” del regista di Pulp Fiction per la mancanza di frasi da recitare ricevute dal personaggio femminile interpretato da Margot Robbie. Per quanto ridicole siano, tali evidenti manifestazioni mainstream di attivismo mascherato come critica, non sono esclusivamente soggette all’industria cinematografica. I più feroci di questi assalti sono stati infatti, come ci si aspetterebbe, ingaggiati contro comici del 21° secolo in giro per il mondo.

Accuse di razzismo, sessismo, misoginismo, omofobia, o qualsiasi altri tipi di socio-culturalmente-indotti “ismi” e “fobie” vengono costantemente lanciate con una frequenza angosciante contro chiunque, stando in piedi sul palco, tenta di espandere i confini dell’immaginazione pubblica utilizzando battute e scenette. Prendiamo, come esempio, le reazioni dei critici “Woke” al Comedy Special su Netflix del comico Dave Chappelle “Sticks & Stones”. In due recensioni virali pubblicate rispettivamente su Vice e sull’Atlantic il giorno successivo alla premiere, i cosiddetti “critici” hanno esortato il pubblico a stare alla larga dal cabaret chiamandolo: “un celebrazione di misoginia e trans-fobia”, o etichettando le sue motivazioni come un: “chiaro segno dell’ansia di Chappelle riguardo il movimento sociale che sta modellando il paese”.
Innanzitutto, non ci fraintendiamo, lo spettacolo di un’ora scritto dal comico veterano statunitense è di fatto pieno di riferimenti provocatori sui temi più controversi del dibattito politico odierno. A partite da rinforzare (quasi) ogni singolo stereotipo esistente, come la classe bianca povera che fa uso di eroina, fino ad includere il movimento #metoo, la comunità LGBT, e perfino la pedofilia nelle sue battute—quello di Dave Chappelle è senza dubbio una dichiarazione forte e chiara diretta contro la tirannia del politicamente corretto e la cultura della censura. Ma, come Hannah Giorgis dimostra chiaramente nella sua recensione sull’Atlantic scrivendo: “Sticks & Stones è sorprendente nella sua inesorabile chiarezza su dove giacciono le simpatie di Chappelle”, per lei, e per chiunque fedele alla teoria dell’intersezionalità e del postrutturalismo, quello di Chappelle non è un uno sfogo reazionario ai tanti, troppi, casi estremi di censura, ma una prova della sua nuova alleanza politica. Ciò che tali pseudo-critici falliscono nel comprendere è che la routine è, in realtà, l’esatto contrario di ciò che percepiscono. Il cabaret di Chappelle non è affatto un’affermazione politica, ma una di fatto: apolitica.

Dave Chappelle, 46, comico statunitense

La commedia, a tutti gli effetti, è una forma di teatro. Non diversa da uno spettacolo o un film. In un articolo per il Magazine Areo intitolato “Separando l’Arte dalla Propaganda”, il romanziere Shane Fraser scrive: “Un messaggio non è arte a meno che non viene esplorato con tale sfumatura che qualsiasi cosa rimane non può essere così semplice come ciò che l’autore intendeva comunicare.” Secondo tali standards, Sticks & Stones non si qualifica di fatto come arte, ma registra come propaganda. Ciò che manca alla frase riduzionista però, anche se vera nel contesto in cui fu scritta, è ciò che i più ideologicamente-motivati critici odierni della commedia fraintendono palesemente. Non c’è in effetti sfumatura nelle battute di Chappelle, eppure il ruolo della commedia è, dopo aver danzato giusto al limite di ciò che è considerato accettabile, quello di spingersi oltre i confini con un’affermazione che spesso toglie la sfumatura dal messaggio. La capacità di farlo in un qualsiasi momento e in qualsiasi luogo è esattamente ciò che trasforma lui o lei, da propagandista, ad artista.
Come disse una volta il leggendario George Carlin: “È dovere del comico scoprire dove è tracciata la linea e poi attraversarla deliberatamente.” Dave Chappelle, quindi, non è di destra quando scherza sul femminismo, né è di sinistra quando prende in giro i padri fondatori degli Stati Uniti d’America. La sua consapevole scelta di includere alcuni dei temi più tabù nella sua routine comica non è una dichiarazione del suo orientamento politico—è esattamente l’opposto, vale a dire che le ideologie non dovrebbero in nessun modo interferire nel mondo della commedia. Chappelle, così come George Carlin ha fatto tante volte in passato, proprio lì sul palco, come un vero comico, ha fatto quello che doveva fare; ha scoperto dove si trova la linea, l’ha deliberatamente sorpassata, e ha portato con sè il pubblico in un viaggio che, o per vergogna, o per paura, nella sua vita quotidiana non osa mai imbarcarsi. Ecco di cosa consiste la sua dichiarazione; ed ecco ciò che lo rende un’artista.

Konstantin Kisin – che ha fatto notizia su tutti i giornali del mondo quando si è rifiutato di firmare un contratto comportamentale che richiedeva che le sue battute fossero “rispettose e gentili” – scrive per Quillette: “I comici usano le bugie per dire la verità—la nozione che l’esagerazione, le storie e le falsità elaborate che consegniamo sul palco dovrebbero essere prese alla lettera sarebbe la campanella della morte della commedia”. Come sottolinea: razza, genere, classe, orientamento sessuale, o qualsiasi altro tipo di forma estremamente esagerata di stereotipo, non solo non dovrebbe essere esclusa dalla commedia, ma è ciò che spesso rende la commedia divertente in primo luogo. Purtroppo al giorno d’oggi tale concetto non viene digerito facilmente da molta gente coinvolta nel mondo dell’arte (anche se non esclusivamente), ne rientra nei parametri delle lenti di ingrandimento della politica-delle-identità che a parecchi nel mondo, o per via del lavaggio del cervello, o per consapevole scelta, stanno tentando di imporre al resto della popolazione. Sempre più comici stanno cominciando a sentire la pressione di gente che si senta offesa dalle loro battute e per via di ciò, dall’alto del loro narcisismo, si sente intitolata a censurarli. Ma interrompere un cabaret perché ti senti offeso non è diverso da interrompere un film thriller perché non approvi l’omicidio. Anche se (ipoteticamente) ciò che stai ascoltando o guardando è immorale, la rappresentazione dell’immoralità non è necessariamente un’approvazione di tale comportamento. Sentire una persona scherzare su un qualcosa, non è la stessa cosa di vederla compiere quel qualcosa. Così come vedere una persona venir assassinata in TV, non è la stessa cosa di assistere a un’omicidio nel mondo reale. Uno può fare una battuta sulle razze, senza essere razzista, proprio così come un direttore può filmare un’omicidio, senza essere lui stesso un assassino. E che siano critici di Dave Chappelle, o Christopher Nolan, o Tarantino, il fatto che forme talmente assurde di critica debbano secondo la loro prospettiva precedere qualsiasi possibile intento artistico, è una chiara manifestazione del vasto assalto che il nostro panorama educativo e culturale sta oggigiorno affrontando.

E’ una triste verità della Civiltà dell’Ovest del XXI secolo che coloro che stanno soffrendo di più la cultura della censura sono coloro che stanno, così come le loro storiche controparti hanno sempre fatto, tentando di guardare il mondo in faccia nelle sue tante orrifiche manifestazioni, trovare le molte verità nascoste, e presentarle in una maniera che ritengono opportuna, con, o senza, il consenso altrui.
Detto questo (e per questo), nella nostra lotta per la libertà di parola e libertà di espressione, mantenendo gli occhi spalancati, dobbiamo dare la priorità ai nostri comici, perché non c’è dubbio che i segnali più pericolosi del rapido declino nella nostra capacità di apprezzare l’arte, valorizzare la libertà, e gestire con saggezza problemi culturali, è meglio rappresentata dall’attuale guerra politicamente corretta diretta contro la commedia e dai suoi corrispettivi tentativi di censurare i nostri moderni giullari in TV, sul palcoscenico, e nei vari campus universitari in giro per il mondo. Perché, provocatori quanto possano essere, ciò che la maggiorparte della gente non capisce, è che una volta che nella corte del re rendi accettabile dire al giullare ciò che off limits in un contesto, abiliti coloro che cercano di espandere sempre di più ed approfittarsi di tali limitazioni. E se continuiamo a permettere che ciò accada, rischiamo di compromettere la nostra arma principale contro coloro che desiderano porre restrizioni sulla nostra libertà di parola, e privarci della libertà di esprimere genuinamente chi siamo, attraverso il mezzo che riteniamo più opportuno. Che ci piaccia o no, come piace dire a Jordan B. Peterson, i comici sono i nostri canarini nelle miniere, e ogni volta che uno di loro perde la voce, dovremmo alzare la nostra, prima che la libertà per come la conosciamo, diventi una cosa del passato.

di: Mark Granza


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