Sulla Nuova, Involontaria, Cultura dei Censurati

Osservando come il Politicamente Corretto stia mettendo sempre più da parte una buona fetta della popolazione, arrivando fino ad accusarli di essere fascisti/neo-nazisti per aver semplicemente votato in favore di Brexit in paesi come il Regno Unito, o negli Stati Uniti (nonché in Canada) per ragioni simili e spesso molto più ridicole—spesso costringendoli a non far più parte della discussione pubblica su piattaforme come Twitter o Facebook, segnalandoli per “hate-speech”, o prendendoli di mira per aver espresso opinioni contrarie alla loro rigidità ideologica—mi è sempre stato chiaro che, osservando appunto tutto ciò, in un modo o nell’altro, queste tattiche eventualmente si sarebbero ritorse contro chi le utilizza in maniere che loro, riescono a malapena immaginare.

“The chickens always come home to roost”, è una delle mie espressioni americane preferite. Ed è esattamente quello a cui stiamo assistendo ora con, per esempio, episodi come l’incidente recente di Justin Trudaeu, PM canadese e forse il politico più politicamente corretto al mondo, perseguitato dall’emergenza improvvisa di vecchie foto dove è ritratto festeggiare truccato con vernice nera su tutto se stesso, “black face”, comportamento oggigiorno considerato ultra-razzista. Giusto per essere chiari, parliamo dello stesso politico che un’anno fa interruppe una studentessa durante una Q&A per correggere la parola “Mankind” (Umanità), utilizzata da lei, con “People-Kind”. “A noi piace dire people-kind, è più inclusiva”, disse. (La parola Mankind contiene la parola Man, ovvero uomo, e non Woman, donna; e, sapete com’è, non vorremmo essere troppo sessisti). O altri incidenti, come quello successo a Sarah Silverman, una volta una dei comici più offensivi sul pianeta terra, poi in seguito diventata super “Woke” (altamente politicamente corretta), e ora, licenziata da uno show per aver fatto uno sketch anni fa indossando, proprio come Trudeau, black face. Dopotutto, se continui a lanciare boomerang, non ti sorprendere se qualcuno torna e ti colpisce in faccia. The chickens always come home to roost.

In ogni caso; quello che mi sono chiesto ormai da un po, in relazione appunto a tutta questa “Cancel Culture” dove, per citare l’ultimo meraviglioso cabaret di Dave Chappelle: “Se fai qualcosa di sbagliato nella tua vita, duh, e lo scopro, proverò a toglierti tutto, e non me ne frega niente quando lo scoprirò. Potrebbe essere oggi, domani, tra 15, 20 anni. Se lo scoprissi, sei, duh, fottuta-mente finito!” (lo so, lunga come citazione). Comunque, in relazione a tutta questa isteria, quello che ormai da un po mi domando è: ma tutte queste persone che pagano il prezzo dopo essere state ingiustamente accusate, e non hanno una voce sufficientemente grande da farsi sentire, dove vanno a finire? Verso dove li stiamo/stanno spingendo? Se non possono più far parte della discussione sui social, dovranno pur andare da qualche parte. 

Bret Weinstein qualche mese fa ha registrato un video intitolato “Come la Continua Demonizzazione della Bianchezza Sparge il White-Nationalism”, spiegando come secondo lui l’intera narrativa anti “maschi-bianchi-eteri” spingerà inevitabilmente ragazzi giovani in territori pericolosi. Lui, si stava riferendo alla propensione biologica degli esseri umani di cercare un ambiente dove si sentono accettati; e che il pericolo di questa narrativa regressiva e politicamente corretta da parte della sinistra, è che i giovani che se altrimenti lasciati stare non sarebbero razzisti, potrebbero si diventarli, o soccombere a ideologie radicali come il nazionalismo estremo o la supremazia bianca. D’altronde, se abbiamo imparato qualcosa dalla psicoanalisi, è che qualsiasi cosa tenti di sopprimere prematuramente, cresce e torna indietro con tanto di violenza.

Ma questo era Bret Weinstein, biologo evoluzionista. Un paio di giorni fa invece mentre ero al lavoro, non molto dopo aver ricevuto la notizia che Louis CK sarebbe tornato con un nuovo Comedy Special per la prima volta dopo aver visto la propria reputazione distrutta dal movimento #metoo, un amico canadese di nome Jacob Russell, in un gruppo su Facebook a cui apparteniamo entrambi da un paio d’anni, ha pubblicato un post che, in qualche modo, ha in un certo senso colpito in me la stessa corda che Weinstein ha colpito in passato, soltanto in modo diverso—forse più profondo. L’ho descritta come: una lettera d’amore ai giorni da ribelle. “Se la cultura della censura è reale, ci puoi scommettere che una cultura dei censurati è stata creata” scrive. Il post catturò immediatamente la mia attenzione e suscitò qualcosa dentro di me che non descriverò in questo post ma… diciamo che capisco benissimo. Pertanto, ho pensato dunque di tradurlo e, con il permesso di Jacob, condividerlo con voi. Eccovi dunque, senza ulteriori commenti, le parole di JJ Russell:

Jacob Russell, sulla cultura dei censurati (tradotto in Italiano dall’Inglese)
Pubblicato originalmente sul gruppo: The Jordan B. Peterson Liberal Discussion Group
Settembre 20, 2019

“Anni fa un mio caro amico se ne andò in India come parte di un lungo viaggio per esplorare il mondo al più possibile. Quando l’areo atterrò le assistenti distribuirono questi opuscoli con scritto sopra una lista di cose da non fare. A quanto pare i turisti occidentali, ignoranti, possono essere sedotti a fare cose che rappresentano un pericolo per la salute. Su questa lista c’erano cose come “non bere l’acqua dal Gange” e “non farti rimuovere il cerume dalle orecchie per strada” e varie cose apparentemente unsafe che parecchi occidentali hanno fatto visitando l’India. Questo mio amico era un personaggio molto ribelle e scelse quindi di utilizzare la lista come un’itinerario, piuttosto che come una lista di cose da evitare. Se ne andò di fatto in giro per l’India spuntando una ad una tutte le cose sull’opuscolo sapendo benissimo che non avrebbe dovuto.

Quando tornò a casa, non era più la stessa persona. Finì a vivere per strada e indigente, face un po di galera di qua e di là, mangiò dai cassonetti… Sempre una brava persona, sempre brillante—ma di traverso e un po fuori di testa. Il fatto è che, per quanto stupido fosse da parte sua fare ciò, capisco benissimo l’impulso. Soffro più o meno della stessa cosa, e sono pronto a scommettere che tanti altri la fuori hanno lo stesso identico problema. Non è che sia esattamente poi così insolito come motivante. Se mia madre tornava a casa con dei biscotti e ne metteva alcuni in una ciotola dicendo “questi sono per voi ragazzi!” e poi metteva una seconda ciotola, diversa, sopra allo scaffale dicendo “questi invece, vietato toccare!”. Beh, ci puoi scommettere che adesso gli unici biscotti che voglio sono quelli sullo scaffale.

Quando Shane Gillis, settimana scorsa, è stato licenziato da Saturday Night Live per aver utilizzato termini pesanti sulla gente asiatica, e per aver chiamato Andrew Yang… diciamo “qualcosa di sgradevole”. Beh, la prima cosa che ho fatto è stato seguirlo su Twitter, poi sono andato su YouTube e ho cercato alcuni dei suoi cabaret, ho visto alcune delle sue clip eccetera, ed ecco che così dal nulla ero un membro dei suoi “seguaci”. Ok forse non un seguace, ma mi stavo di certo godendo parte del suo materiale. Quando ho sentito che Dave Chappelle ha fatto incazzare parecchi critici per non essere stato abbastanza sensibile, per aver preso in giro cosiddette “comunità emarginate”, sono andato a casa quella sera stessa e mi sono immediatamente guardato il suo Netflix Special.

Ho odiato Donald Trump fin da quando ero bambino. Lo vedevo sul Late Show con David Letterman e in mia opinione era un po un coglione—poi più avanti ebbe quell’orribile Reality TV Show che non ho mai compreso quale fosse l’appeal, e quando cominciò ad ospitarlo sembrava un pagliaccio. Poi è diventato Presidente, e tutti non facevano altro che dire che era Hitler, che era un fascista, un “white supremacist”, un pericolo per il pianeta come l’America non aveva mai visto prima d’ora. Beh, quasi immediatamente mi sono ammorbidito nei suoi confronti. Non riuscivo ancora a inquadrarlo a pieno, ma non ero di certo tanto arrabbiato con lui quanto ero prima dei vari scandali e le marce sciocche da parte dei fan. La verità, è che le accuse sembravano troppo drammatiche, troppo esagerate… Hanno semplicemente perso credibilità.

Mi sembra che questa “cultura della censura” (per mancanza di una terminologia migliore) crea a sua volta una sua propria cultura. Mentre un gruppo sbraita cosa dovremmo fare e cosa non dovremmo fare, ci sarà sempre una parte della popolazione che correrà dalla parte opposta. Non andremo mai tutti d’accordo, questo bisogna aspettarselo fino a un certo punto. La gente colpirà in eccesso i propri bersagli nel tentativo di vincere un argomento… Esagereranno in maniera drammatica la loro opinione per il gusto di convincervi. Eppure non la trovo una tattica utile per persuadere. Se la persona che state cercando di convincere scopre una bugia o due, o che avete anche solo drammatizzato un punto di troppo nella spiegazione, potrebbero avere una tendenza ad ignorare tutto ciò che di seguito esce dalla vostra bocca; ad assumere che non fate altro che sparar cagate. È contro-produttiva. Ho visto un sacco di gente commettere questo sbaglio. La discussione sul riscaldamento globale è spesso esagerata; l’imperialismo degli Stati Uniti d’America è esagerato; gli estremi del razzismo nelle nazioni occidentali è esagerato. E non è che è soltanto la sinistra. Ho visto la destra utilizzare tattiche simili per anni; come tra i pericoli sul matrimonio tra omosessuali, o i pericoli della musica Rap e Heavy Metal, o quelli dei videogiochi. Questo non è un problema di destra o di sinistra—è un problema con gli esseri umani in generale.

Quando ignoriamo le sfumature, la complessità, e la verità in favore di una vittoria a tutti costi, quando adottiamo una strategia che ci costringe a distorcere e ad esagerare la verità, rischiamo di spingere il tutto nella direzione opposta rispetto a quelle che erano le nostre intenzioni. Se la cultura della censura è reale, ci puoi scommettere che una cultura dei censurati è stata creata. È li che sarò, a guardare il nuovo Cabaret di Louis CK, quando finalmente esce.”

Jacob Russell è un musicista e scrittore risiedente in Vancouver, Canada.


 

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