Sulla nuova “involontaria” cultura dei censurati

Osservando il fenomeno della cancel culture sui social media ho sempre sospettato che tutte queste tattiche di public shaming e virtue-signalling, cariche di attacchi ad hominem e accuse infondate, eventualmente si sarebbero ritorte contro le gli artefici in maniere che riescono a malapena immaginare. The chickens always come home to roost, è una delle mie espressioni americane preferite. Episodi come l’incidente recente accaduto a Justin Trudaeu—politico più politicamente corretto al mondo—servono forse da esempio. Quando un anno fa ha interrotto una studentessa per correggere la parola ‘mankind‘ utilizzata dalla stessa, per informarla (e allo stesso tempo tutti noi) che quella adatta e rispettosa è ‘people-kind‘, personalmente è cominciato ufficialmente il conto alla rovescia. E guarda un po’, adesso il povero PM canadese è perseguitato dall’emergenza improvvisa di vecchie foto che lo ritraggono festeggiare con tanto di black face. Se questo non è karma, non so cosa lo sia. “A noi piace dire people-kind, è più inclusiva”. O quello capitato a Sarah Silverman—una volta una dei comici più offensivi sul pianeta terra poi divenuta super politicamente corretta—e adesso, licenziata da uno show dopo che uno dei suoi sketch è emerso nel quale (guarda un po’ l’ironia della sorte) si ricoprì di black face proprio come Trudeau. Voglio dire, c’è da sorprendersi? Se continui a lanciare boomerang a destra e sinistra non ti sorprendere se uno di loro torna indietro e ti colpisce sul naso. ‘The chickens always come home to roost’.

Ma è da ormai un po’ che mi chiedo, in relazione a tutta questa follia e isteria di massa dove—per citare l’ultimo ultra-soddisfaciente cabaret di Dave Chappelle—”Se fai qualcosa di sbagliato nella tua vita, duh, e lo scopro, proverò a toglierti tutto, e non me ne frega niente quando lo scoprirò… Potrebbe essere oggi, domani, tra quindici, vent’anni… Se lo scopro sei, duh, fottuta-mente finito!” (Tranquilli, il video fa più ridere). In ogni caso… In relazione a tutta questa isteria, quello che ormai da un po’ mi domando è: ma tutte queste persone senza una voce per farsi sentire, dopo essere state ingiustamente esiliate, dove vanno a finire? Verso dove li sta spingendo questa ‘cultura della censura’? Se non possono più far parte della discussione su piattaforme come Twitter o Facebook, dove finiscono? Dovranno pur andare da qualche parte. 

Bret Weinstein, membro dell’Intellectual Dark Web, qualche mese fa registrò un video intitolato ‘Come la continua demonizzazione della bianchezza sparge il nazionalismo bianco’. Secondo lui, l’intera narrativa ‘anti-straight-white-male’ spingerà inevitabilmente i giovani in territori identitari. Lui, da buon darwinista, si stava riferendo alla propensione degli esseri umani nel cercare un ambiente dove si sentono accettati. La teoria è che i giovani potrebbero diventare razzisti, se l’ambiente razzista fosse l’unico ad aspettarli a braccia aperte. Makes sense. D’altronde, darwinismo a parte, se abbiamo imparato qualcosa da discipline come la psicoanalisi per esempio, è che qualsiasi cosa tenti di sopprimere prematuramente cresce e torna indietro con tanto di violenza. Fair enough, then.

Ma questo era Weinstein, biologo evoluzionista. Un paio di giorni fa invece, non molto dopo aver ricevuto la splendida, meravigliosa notizia che Louis CK sarebbe tornato a breve con un nuovo Comedy Special (per la prima volta dopo aver visto la propria reputazione demolita dall’ondata improvvisa del #metoo), mi è apparso sulla bacheca un post di Jacob Russell, un amico canadese. Colpendo in me più o meno la stessa corda che Weinstein ha colpito in passato, il post mi è dato modo di riconsiderare le stesse idee da una prospettiva diversa… da una prospettiva più profonda. ‘Una lettera d’amore ai giorni da ribelle’, l’ho descritta quando gli chiesi il permesso di pubblicarla. “Se la cultura della censura è reale, ci puoi scommettere che una cultura dei censurati è stata creata” scrive. Il post, oltre che catturare immediatamente la mia attenzione, suscitò in me qualcosa che… diciamo capisco benissimo. Pertanto, ho pensato dunque di tradurlo e, con il permesso di Jacob, condividerlo con voi.

Jacob Russell, sulla nuova “involontaria” cultura dei censurati
Pubblicato originalmente sul gruppo: The Jordan B. Peterson Liberal Discussion Group
Tradizione dall’inglese a cura di: Mark Granza

“Anni fa un mio caro amico se ne andò in India come parte di un lungo viaggio con l’obiettivo di esplorare il mondo. Quando l’areo atterrò le assistenti distribuirono questi opuscoli con scritto una lista di cose da non fare. A quanto pare turisti occidentali in preda all’ignoranza possono essere sedotti a fare cose che rappresentano un pericolo per la salute. Su questa lista c’erano cose come ‘non bere l’acqua dal Gange‘, o ‘non farti rimuovere il cerume dalle orecchie per strada‘, e varie cose apparentemente rischiose che parecchi occidentali hanno fatto visitando l’India. Questo mio amico era un personaggio molto ribelle, e scelse quindi di utilizzare la lista come un’itinerario, piuttosto che come una lista di cose da evitare. Se ne andò di fatto in giro per l’India spuntando una a una tutte le cose sull’opuscolo, sapendo benissimo che non avrebbe dovuto.

Quando tornò a casa non era più la stessa persona. Finì a vivere per strada, face un po di galera di qua e di là, mangiò dai cassonetti… sempre una brava persona, sempre brillante—ma di traverso e un po’ fuori di testa. Il fatto è che, per quanto stupido fosse da parte sua fare ciò, capisco benissimo l’impulso. Soffro più o meno della stessa cosa. E sono pronto a scommettere che tanti altri la fuori hanno lo stesso problema. Non è che sia poi così insolito come motivante. Se mia madre tornava a casa con dei biscotti e ne metteva alcuni in una ciotola dicendo questi sono per voi ragazzi! — e poi metteva una seconda ciotola, diversa, sopra allo scaffale dicendo questi invece vietato toccare! — beh, ci puoi scommettere che adesso gli unici biscotti che voglio sono quelli sullo scaffale.

Quando Shane Gillis, settimana scorsa, è stato licenziato da Saturday Night Live per aver utilizzato termini pesanti sulla gente asiatica, e per aver chiamato Andrew Yang… diciamo qualcosa di ‘sgradevole’. Beh, la prima cosa che ho fatto è stato seguirlo su Twitter, poi sono andato su YouTube e ho cercato alcuni dei suoi cabaret, ho visto alcune delle sue clip etc., ed ecco che di punto in bianco ero un membro dei suoi ‘seguaci’. Ok, forse non un seguace, ma mi stavo di certo godendo parte del suo materiale. Quando ho sentito che Dave Chappelle ha fatto incazzare parecchi critici per non essere stato abbastanza ‘sensibile’, per aver preso in giro cosiddette ‘comunità emarginate’, sono andato a casa quella sera stessa e mi sono immediatamente guardato il suo Netflix Special.

Ho odiato Donald Trump fin da quando ero bambino. Lo vedevo sul Late Show con David Letterman e in mia opinione era un po un coglione. Poi più avanti ebbe quell’orribile Reality TV Show che non ho mai compreso quale fosse l’appeal; e quando cominciò a ospitarlo sembrava un pagliaccio. Poi è diventato Presidente, e tutti non facevano altro che dire che era Hitler, che era un fascista, un ‘white supremacist’, un pericolo per il pianeta come l’America non aveva mai visto prima d’ora. Beh, quasi immediatamente mi sono ammorbidito nei suoi confronti. Non riuscivo ancora a inquadrarlo a pieno, ma non ero di certo tanto arrabbiato con lui quanto lo ero prima dei vari scandali e le marce sciocche dei fan. La verità, è che le accuse sembravano troppo drammatiche, troppo esagerate… hanno semplicemente perso credibilità.

Mi sembra che questa ‘cultura della censura’—per mancanza di una terminologia migliore—crea a sua volta una sua propria cultura. Mentre un gruppo sbraita cosa dovremmo e non dovremmo fare, ci sarà sempre una parte della popolazione che correrà dalla parte opposta. Non andremo mai tutti d’accordo, questo bisogna aspettarselo fino a un certo punto. La gente colpirà in eccesso i propri bersagli nel tentativo di vincere un argomento… Esagereranno in maniera drammatica la loro opinione per il gusto di convincervi. Eppure non la trovo una tattica utile per persuadere. Se la persona che state cercando di convincere scopre una bugia o due, o che avete anche solo drammatizzato un punto di troppo, potrebbero avere una tendenza a ignorare tutto ciò che di seguito esce dalla vostra bocca; ad assumere che non fate altro che sparar cagate. È contro-produttiva. Ho visto un sacco di gente commettere questo sbaglio. La discussione sul surriscaldamento globale è spesso esagerata; l’imperialismo degli Stati Uniti d’America è esagerato; gli estremi del razzismo nelle nazioni occidentali è esagerato. E non è che è soltanto la sinistra. Ho visto la destra utilizzare tattiche simili per anni; come tra i pericoli sul matrimonio tra omosessuali, o i pericoli della musica Rap e Heavy Metal, o quelli dei videogiochi. Questo non è un problema di destra o di sinistra—è un problema con gli esseri umani in generale.

Quando ignoriamo le sfumature, la complessità, e la verità in favore di una vittoria a tutti costi, quando adottiamo una strategia che ci costringe a distorcere e a esagerare la verità, rischiamo di spingere il tutto nella direzione opposta rispetto alle nostre intenzioni. Se la cultura della censura è reale, ci puoi scommettere che una cultura dei censurati è stata creata. È li che sarò, a guardare il nuovo Cabaret di Louis CK, quando finalmente esce.”

Jacob Russell è un musicista e scrittore risiedente in Vancouver, Canada.

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